Michele Bosio (2014)

Michele Bosio (2014)

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venerdì 6 marzo 2009

Vittorio Giola, L'organo Carrera a Nerviano



Si tratta della prima pubblicazione di organaria ad opera dell'editore Zecchini  - al quale auguriamo di cuore di occuparsi di nuovo e con frequenza del «re degli strumenti» - e si concentra sulla gloriosa tradizione organaria ottocentesca lombarda. Nella fattispecie sul restauro conservativo (Mascioni, 2007) dell'organo edificato nel 1875 dal legnanese Antonio De Simoni-Carrera (1826-1896) per la chiesa prepositurale di Santo Stefano in Nerviano (Mi).


L'autore, Vittorio Giola, divide il proprio lavoro in due parti: Storia e critica organologica; Conservazione. Dalla prima, veniamo informati circa l'esistenza di uno strumento precedente quello di Carrera, opera dell'organaro milanese Giuseppe Valli (1849), venduto nel 1877 alla chiesa di Graglio in Val Veddasca (Vr), tuttora esistente e suonabile. Il nuovo strumento di Carrera (1875) venne restaurato dal varesino Luigi Bernasconi nel 1901, in seguito “ripassato” dall'allievo Elia Gandini (anni '20-30 del Novecento) ed infine riformato nel 1948 dal milanese Felice Ondei. Dal 1968 sino al recente restauro di Mascioni rimase in stato di abbandono.


Il taglio del volume è volutamente divulgativo (seppur corredato da note a piè di pagina con riferimento ai documenti d'archivio e bibliografia), cioè non rispecchia tanto il rigore  musicologico, quanto tende a privilegiare la piacevole forma di un catalogo ricco di numerose foto a colori, corredato da un profilo storico assai accurato ed intelligibile al tempo stesso; da storico dell'arte. La parte più “tecnica” è certamente la seconda, in cui si trovano i criteri che hanno guidato il restauro dei Mascioni insieme ad accurati rilievi e misure varie. 



Vittorio Giola, Conservazione di beni culturali musicali - l'organo Carrera a Nerviano, Zecchini Editore, Varese 2008, pp. v+129, € 25,00. 

sabato 7 febbraio 2009

Preludio d'organo (febbraio 2009)



PRELUDIO D'ORGANO

IN SAN LUCA

Giuseppe Rotelli (1901)


7 febbraio 2009 ore 17, 30


PROGRAMMA



JOHANN SEBASTIAN BACH (1685-1750)



- Fantasia in la BWV 904


- Vater unser im Himmelreich BWV 737

- Fantasia in si BWV 563


- Herzlich tut mich verlangen BWV 727

- Erbam dich mein, o Herre Gott BWV 721


- Fantasia in Do BWV 570




***



Michele Bosio, organo

giovedì 5 febbraio 2009

Appunti per una storia della ricezione della musica organistica a Cremona nella prima metà del XX secolo: i concerti di Ulisse Matthey a Cremona (I)


Sono lieto di segnalare l'uscita del mio nuovo contributo dedicato ad Ulisse Matthey pubblicato a più puntate in traduzione francese di Guy Bovet,
questa è la prima




LA TRIBUNE DE L’ORGUE

61/1 MARS 2009

Revue Suisse Romande


Editorial

SUJETS

Aspect de la musique d’orgue symphonique française

Cherchez les Mixtures

Les concerts d’Ulisse Matthey à Crémone (I)

Le quart d’heure d’improvisation

PERSONNALITÉ

Augustin Gonvert

ORGUES NOUVELLES, RESTAURÉES…

Orgue spatialisé, …, le nouvel orgue de Jean Guillou à Rome

Orgues neuves, restaurées…

RÉCITS - VOYAGES

Les voyages de M. Philéas Fogg

ACTUALITÉ

Disques

Partitions

Livres

Divers

Courrier des lecteurs

Revue de presse

Cours, concours, congrès et académies

Calendrier des concerts

Communications de l’AOR

COUVERTURE

Le nouvel orgue de Bellelay.

martedì 27 gennaio 2009

«Il sonno della Ragione genera mostri»



In occasione della «Gionata della Memoria», consigliamo la lettura del seguente volume.



 
Il crepuscolo dei Wagner-Antisemitismo e nazismo storia pubblica e privata nei ricordi dell'ultimo dei Wagner a Bayreuth

Traduttore: Rossetti Wagner Teresina
Anno: 1997
Pagine 347 - 14x22 - Brossura
Editore: Il Saggiatore
Collana: Nuovi saggi


Chi si occupa di musica sicuramente avrà già avuto occasione di studiarlo, ma dal momento che non si tratta di un testo specialistico, bensì storico, consigliamo caldamente la lettura a chi voglia conoscere un lato dell'antisemitismo, prima, e del nazismo, poi, ancora oggi poco conosciuto, ma assai grave, raccontato dal discendente diretto di uno dei più grandi antisemiti del XIX° secolo: Richrad Wagner. 
Un grande musicista che con il suo straordinario linguaggio impresse alla storia della musica una radicale svolta, intervenendo sulle componenti essenziali di cui la musica vive (la forma, l'armonia, la melodia, la strumentazione), un autentico genio, le cui idee fortemente antisemite (coltivate dalla maggior parte dei tedeschi della sua epoca), hanno sostenuto e nutrito attivamente la “mistica” nazionalsocialista.

Nonostante a parole si possa essere crudeli sino all'inverosimile, penso che, se Richard Wagner si fosse trovato nel bel mezzo di una fucilazione di massa o tra le migliaia di corpi carbonizzati di uomini completamente inermi, il suo ideale di “purezza” si sarebbe tramutato in quanto di più sacrilego una mente malata sia in grado escogitare.

                                                                         Michele Bosio

sabato 17 gennaio 2009

Nuovo sito Fugatto-Recensioni on line 6


Vorrei segnalare il nuovo sito-web dell'etichetta FUGATTO, all'interno del quale si potranno leggere alcune mie recensioni pubblicate sulla rivista «Musica»:

giovedì 8 gennaio 2009

Johann Ernst Altenburg, Arte dei trombettisti e dei timpanisti


Le edizioni anastatiche di questo dettagliato trattato concernete sia argomenti di storia che di prassi esecutiva  riguardanti la tromba ed i timpani, stampato ad Halle nel 1795, sono ben sette (Dresden, 1911; Bilthoven 1966; Kassel, 1966; New York, 1966; Amsterdam, 1968; Leipzig, 1972 e 1933); mentre le traduzioni critiche sono solamente due: la prima del 1974, in lingua inglese, a cura di Edward H. Tarr (figura di riferimento del mondo degli ottoni storici) e la presente in italiano curata dall'allievo vicentino Tranquillo Forza (il quale ha studiato con Tarr presso la Schola Cantorum Basilensis), data alle stampe l'ottobre scorso presso Zecchini Editore.


L'importanza musicologica e musicale di questo testo è manifesta a cominciare dal titolo stampato in copertina «Tentativo di introduzione alla Arte eroico-musicale dei trombettisti e dei timpanisti, per una migliore assimilazione della medesima descritta dal punto di vista storico, teorico e pratico e spiegata con esempi». L'autore è Johann Ernst Altenburg (1734-1801), figlio d'arte (il padre Johann Caspar fu trombetta principale della Camerata Sassone e trombettista sia di corte che da campo a Weissenfels, e trasmise al figlio la propria professione), che studiò anche organo e composizione, tra gli altri, con Johann Christoph Altnikol, il genero di Johann Sebastian Bach; e che nel 1767 aveva già completato il manoscritto del suo trattato, ma dovette attendere  28 anni per la pubblicazione. L'ambizioso titolo non tradisce certo le aspettative del lettore, perché Altenburg riporta la storia della tromba così come era nota al suo tempo, ne traccia un percorso che prende le mosse dall'antichità e si sofferma sul XVIII secolo, in cui trombettisti e timpanisti erano raccolti in una stessa corporazione. Ci informa circa la funzione, lo status, le associazioni di categoria dei trombettisti.  Riporta lo stile esecutivo della musica barocca, inoltre fornisce brani originali dell'epoca di difficile reperibilità. Addirittura, come compendio ai precetti impartiti, ci regala  il suo Concerto a VII Clarini con Timpani (che si può ascoltare eseguito da Forza ed il Dittamondo Ensemble in un cd dal titolo Alio Modo pubblicato dall'etichetta Velut Luna).


Con acribia filologica il curatore arricchisce la sua traduzione con preziosi rimandi bibliografici ed illustrazioni d'epoca, molte delle quali provenienti dalla collezione di Edward H. Tarr. Naturalmente non manca un preciso indice analitico e non manca neppure un'utile appendice in cui viene spiegato il denaro ed il costo della vita al tempo di Altenburg. Onore al merito a Tranquillo Forza (docente di tromba naturale presso il Conservatorio di Musica di Vicenza), per aver ultimato con successo l'unica traduzione critica in lingua italiana di un trattato storico ora accessibile non solo ad una selezionata élite di strumentisti a fiato, ma anche ad un largo pubblico di musicisti, musicologi e musicofili interessati alla musica antica eseguita consapevolmente su strumenti originali.


Johann Ernst Altenburg, Arte dei trombettisti e dei timpanisti, a cura di Tranquillo P. Forza, Zecchini Editore, Varese 2007, pp. xxx+178, € 20,00. 

sabato 3 gennaio 2009

J. S. Bach «Il vecchio anno se ne è andato...» - Orgelbüchlein - BWV 614


Joh. Seb. Bach



Das alte Jahr vergangen ist,

wir danken dir Herr Jesu Christ,

dass du uns in so grosser G'fahr,

so gnädiglich behüt dies Jahr.



Il vecchio anno se ne è andato, 

noi ti ringraziamo Signore Gesù Cristo,

affinché misericordioso tu ci protegga,

quest'anno dalle avversità .




mercoledì 24 dicembre 2008

Buon Natale!!!

Il primo Natale di Eugenia Takako Bosio


PRELUDIO D'ORGANO

IN SAN LUCA


organo “Giuseppe Rotelli” (1901)

mercoledì 24 dicembre 23,30


Puer natus est


PROGRAMMA



César Franck (1822-1890) Verset pour le Kyrie de la Messe de Noël (da L’Organiste II)


Marcel Dupré (1886-1971) Wachet auf ruft uns die Stimme op. 28, n. LXXII


Jean Langlais (1907-1991) Noël Breton (da 8 Chants de Bretagne)


Marcel Dupré In dulci jubilo op. 28, n. XLI


Jeanne Demessieux (1921-1968) Rorate coeli op. 8, n. I


***


DOPO LA MESSA


César Franck Grand Choeur in Do (da L’Organiste II)





Michele Bosio,  organo

domenica 14 dicembre 2008

VINCENZO ANTONIO PETRALI «IL PRINCIPE DEGLI ORGANISTI ITALIANI»







Figlio d’arte, Vincenzo Antonio Petrali nacque a Crema il 22 gennaio 1830 (non del 1832, come erroneamente riportato in numerose voci biografiche). Dopo aver ricevuto i primi rudimenti musicali dal padre Giuliano, fu affidato alla sapiente guida di un altro grande musicista cremasco, Stefano Pavesi (1779-1850), che guidò il giovane attraverso il rigore e la disciplina del contrappunto e della composizione musicale. Entrò poi al Regio Conservatorio di Milano, dove poté perfezionarsi con Antonio Angeleri (1801-1880), docente di pianoforte dal 1826 al 1871, ed affinare le proprie cognizioni nell’arte della composizione con Placido Mandanici (1798-1852). Nel 1847 concluse il suo iter di studi accademici.

Petrali possedeva straordinarie doti musicali, tanto da poter passare con disinvoltura dal violino al violoncello, al contrabbasso, e conseguentemente poter accettare scritture teatrali per suonare in orchestra ciascuno di questi strumenti (anche l’assidua frequentazione con l’illustre cugino Giovanni Bottesini, più vecchio di lui di nove anni, dovette contribuire non poco alla formazione del giovane musicista). Non solo, riscosse ben presto successi sia come compositore, direttore di coro, orchestra e banda; ma il campo in cui eccelse sopra tutti fu quello dell’improvvisazione organistica. Persino un affermato ed acclamato compositore, come il cremonese Ruggero Manna (1808-1864), rimase davvero impressionato dalle improvvisazioni che il diciannovenne Vincenzo produsse all’organo della Cattedrale di Cremona nel 1849 in occasione del concorso di organista titolare della Cattedrale; concorso che in Nostro stravinse.


Nel panorama musicale italiano d’allora, dominato dalla musica di grandi operisti del calibro di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti, Vincenzo Bellini e Giuseppe Verdi, per poter farsi notare bisognava cimentarsi nel genere melodrammatico. Così che Vincenzo, poco più che ventenne, compose il suo primo melodramma Manfredi di Napoli, scritto per il Teatro Santa Radegonda in Milano. La censura austriaca proibì l’opera, il cui libretto era stato ricavato dall’omonimo romanzo del “mazziniano” Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873), ed «in un momento di sdegno del Maestro» lo spartito finì sul fuoco. Il successo arrivò con la sua seconda opera Giorgio di Bary, che andò in scena al Teatro Sociale di Bergamo durante il carnevale 1853-1854 (più precisamente la sera del 10 febbraio 1854), poi crebbe di popolarità passando per Crema, Brescia ed in altri teatri italiani.



Nel 1853, il Petrali era divenuto collaudatore ufficiale dei celebri organari Serassi, la cui fabbrica aveva sede a Bergamo nel palazzo Stampa, ma solamente nel 1868 egli si trasferì in quella città - che divenne la sua patria adottiva - ed ivi rimase sino al 1882.


A questo punto, pare indispensabile ricordare che i fratelli Serassi furono presenti a Castelleone con ben quattro strumenti: per la parrocchiale dei Santi Giacomo e Filippo (1797), per il Santuario della Beata Vergine della Misericordia (1836), e per le chiese di San Rocco (1788) e della Santissima Trinità (1792). Ed è proprio in questo Santuario che a tutt'oggi è sopravvissuto l'unico strumento dei Serassi edificato per Castelleone. La scelta di eseguire su questo strumento la Messa Solenne in Fa di Petrali, trova quindi una giustificazione storica del tutto pertinente.


La musica di stampo operistico trovava ampio spazio anche durante la celebrazione dei Sacri Riti - in chiesa - con le improvvisazioni organistiche del Nostro, le quali traevano linfa vitale dalle romanze, dai ballabili o dalle marce di un Giuseppe Verdi, piuttosto che di un Giacomo Meyerbeer. La maggior parte della sua produzione organistica, almeno sino agli anni Settanta dell’Ottocento, si spinse in questa direzione. La tipologia di strumenti costruiti dalla ditta Serassi di Bergamo trovò in Petrali un sorprendente mezzo di diffusione e promozione, così come la sua arte improvvisativa trovò la via del successo nel modello di organo serassiano. Strumento in cui accanto al classico Ripieno trovano posto numerosissimi strumenti da concerto (ad anima e ad ancia), nonché svariati effetti rumoristici e coloristici, come la Banda turca, il rollante, i timpani, i campanelli e le campane.


Ma, il Petrali seppe perfettamente destreggiarsi anche con altri rinomati organari italiani, quali Luigi Lingiardi di Pavia (che non sopportava il mutevole carattere di Petrali), Pacifico Inzoli di Crema; soprattutto Giacomo Locatelli, discepolo prediletto dei Serassi.


Ricordiamo che nella Parrocchiale di Castelleone prima dell'attuale organo edificato nel 1925 da Giovanni Tamburini di Crema, vi furono diversi strumenti. Dopo il già citato Serassi del 1797, Pacifico Inzoli di Crema compì un restauro nel 1868 - collaudato da Giulio Corbari straordinario musicista formatosi al Conservatorio di Milano, che operò a Castelleone e che morì prematuramente nel 1877, all'eta di 33 anni (artista dimenticato ed in attesa di essere riscoperto e studiato) - ma, nel 1875 Luigi Lingiardi costruì un grandioso organo-orchestra (un particolare tipo di strumento di sua invenzione) che il 25 ottobre venne collaudato proprio da Vincenzo Petrali e da Gaestano Zelioli organista del Santuario di Caravaggio.


Tra il 1856 ed il 1859, fu maestro di cappella del Duomo di Brescia ed in questo periodo compose anche la sua terza opera Anna di Valenza, che fu scritta per incarico dell’Impresa Rovaglia del Teatro Carcano di Milano, ma non venne mai rappresentata.

Tra il 1860 ed il 1872 fece ritorno al paese nativo, Crema, come maestro di cappella del Duomo e direttore della Banda cittadina; nel frattempo compose la sua quarta opera Maria de’ Griffi, che andò in scena nel 1864 al Teatro Riccardi di Bergamo.

Tra il 1872 ed il 1882, fu prima organista e poi maestro dell’insigne Cappella di Santa Maria Maggiore a Bergamo. Gli succedette Amilcare Ponchielli (1834-1886) che fu maestro di cappella dal 1882 al 1886, il quale rimase fortemente impressionato dall’arte improvvisativa del Maestro organista, lo definì: «grande e potente». Dal 1873, cominciò ad insegnare anche presso l’Istituto Musicale di Bergamo, ed in seguito ne divenne direttore.

Il 26 ottobre 1882 fu nominato docente di organo, armonia, pianoforte, contrappunto, composizione e strumentazione per banda presso il neonato Liceo Musicale Rossini di Pesaro, chiamato per chiara fama, dal direttore Carlo Pedrotti (1817-1893).

Il 24 novembre 1889, dopo breve malattia di natura epatica, il Nostro si spense prematuramente a Bergamo. Nonostante compose quattro opere, un oratorio (Debora, composto nel 1859 ed eseguito nel 1880), la musica per l’azione mimica l’Alloggio militare (composta nel 1878), quartetti per archi, sonate per violino e pianoforte, diversa musica per banda e molta musica sacra, egli sarà sempre ricordato come superbo ed ispirato improvvisatore all’organo.


La Chiesa che il Nostro aveva sempre servito arricchendo con grande musica la celebrazione dei sacri riti, purtroppo non gli rese i doverosi onori funebri, macchiandosi così di un gravissimo torto. Nel 1883 il Petrali, rimasto vedovo di Maria Ottolini di Crema, sposò in seconde nozze Carolina Cicognara di Bergamo con rito civile, poiché di religione protestante, ragion per cui alla sua morte i ministri del culto vietarono il funerale religioso ed impedirono la sua tumulazione nel cimitero di Bergamo accanto alle salme cristiane.





INTRODUZIONE ALLA MESSA SOLENNE IN FA MAGGIORE PER ORGANO SOLO DI VINCENZO ANTONIO PETRALI



All’incirca nell’ultimo ventennio del Diciannovesimo secolo si fece pressante il bisogno di una musica liturgica, non più di stampo romantico-melodrammatico, bensì d’autentica ispirazione sacra (canto gregoriano, polifonia classica). Incominciò ad attecchire in Italia la Riforma Ceciliana, che riformando la musica sacra riformò anche l’organo.

Poco alla volta gli strumenti con registri spezzati, pedaliera corta, ed effetti bandistici (come quelli realizzati dai Serassi e dai Lingiardi e collaudati dal Petrali) vennero sostituiti da organi dotati di almeno due tastiere, di pedaliera completa e di registri interi. Il Petrali seppe adattarsi ai tempi, tanto che nel 1886 fondò insieme a Giuseppe Arrigo (1838-1913) un mensile di musica religiosa intitolato «Arpa Sacra», pubblicato a Torino dagli editori Giudici e Strada, guardando così in favore del neonato Movimento Ceciliano.

La Messa Solenne in Fa maggiore venne pubblicata per l'appunto nel 1888 nella seconda annata di «Arpa Sacra», al contrario dell'altra Messa Solenne per organo, in Re maggiore, (pubblicata probabilmente intorno agli anni Cinquanta dell'Ottocento e più volte ristampata dall'editore Giovanni Martinenghi di Milano) - che costituisce un mirabile esempio di stile melodrammatico, in cui vengono sfruttate al massimo le potenzialità degli organi-banda, ricchi di molti registri da concerto ed effetti tipici dell'organico strumentale impiegato nella musica operistica di quel tempo - questa in Fa maggiore, invece, venne composta per organo a due tastiere con pedaliera di 27 note, in cui lo stile «legato» (severo, contrappuntistico) la fa da padrone.

Se volessimo cercare dei modelli a questa Messa, li troveremmo in compositori d'oltralpe classico-romantici, quali Haydn, Beethoven e Mendelssohn, piuttosto che in Donizetti o Bellini. Anche se l'adesione di Petrali ad uno stile più osservato, non gli impedì certo di liberare la sua copiosa vena melodica, tutta italiana. Un po' come successe all'ultimo Verdi, cioè quello dell'Otello e del Falstaff, che mettendosi in discussione rielaborò originalmente e genialmente modelli operistici d'oltralpe.

Nei Preludi, alla Messa e all'Epistola, troviamo un uso magistrale del contrappunto con episodi fugati dal carattere severo, mentre nell'Elevazione troviamo persino la rigida forma del canone. Ma, in alcuni versetti per il Gloria ritornano reminiscenze belcantistiche come ad esempio nel secondo versetto - un magnifico Andantino per flauto solista - , o nel quarto, in forma di breve romanza per clarinetto basso. Non mancano neppure veri e propri esempi sinfonici come la grande Sonata per l'Offertorio, oppure fedeli modelli bandistici come la Sonata finale, una energica marcia che sembra essere stata ridotta da un originale pezzo strumentato per banda.

Questa sera non ascolteremo tutta la Messa, bensì una selezione dei brani più caratteristici e che ben si adattano alla variegata tavolozza timbrica dell'organo del Santuario (purtroppo oggi non in ottima forma e bisognoso di un auspicabile intervento di straordinaria manutenzione, che lo riporti in condizioni ottimali), ascolteremo: Preludio alla Messa, Versetti per il Gloria (7, da eseguirsi in alternatim con il canto gregoriano, ma stasera presentati di fila), Elevazione e Sonata finale.


Ricordo, infine, che è in vendita la registrazione completa della Messa Solenne in Fa maggiore edita dalla casa discografica Bongiovanni di Bologna ed eseguita da Paolo Bottini all'organo Lingiardi (1865) della chiesa parrocchiale di Croce S. Spirito in Castelvetro Piacentino con gli interventi solistici del soprano Hiroko Miura.

sabato 15 novembre 2008

«Il Clavicembalo nel '700 della Serenissima Repubblica di Venezia»



Protagonista assoluto è il clavicembalista bresciano Michele Barchi che mediante i suoi strumenti (è proprio il caso di dirlo, perché oltre a suonarli, li ha pure costruiti) svela le connessioni musicali tra la sua città, la «Leonessa», e  la «Serenissima».

Il compositore salodiano Ferdinando Giuseppe Bertoni (1725-1813), fu allievo di Giovanni Battista Martini, divenne in seguito primo organista della Basilica di S. Marco a Venezia, direttore dell'Accademia filarmonica di Bologna, ed entrò in contatto diretto con il giovane Mozart e Johann Christian Bach. A Venezia ebbe molti allievi, tra i cui il nipote Ferdinando Gasparo Turrini (1745-1812/1829) e Giovanni Battista Grazioli (1746-1828), - anch'essi nati sulle rive del Garda - quest'ultimo, poi, divenne suo successore come organista della Basilica Marciana, quando il Maestro passò alla direzione della Cappella musicale.

Barchi propone ben sette composizioni dei sopraccitati compositori bresciani (2 Sonate del Bertoni e del Turrini e 3 del Grazioli), tutte Sonate dal chiaro idioma Galante, ampiamente proiettato verso il Classicismo, in perfetto «stile veneziano». Uno stile che ha avuto precedenti illustri in figure come Giovanni Benedetto Platti (1700-1762); Giovanni Battista Pescetti (1704-1766) Baldassare Galuppi (1706-1785), entrambi allievi di Antonio Lotti (1667-1740) ed apprezzati da Benedetto Marcello (1686-1739) ed impiegati a  S. Marco a Venezia (il primo come organista il secondo come maestro di Cappella).

Ed anche di questi autori Barchi propone una Sonata per ciascuno, ma non è finita qua, poteva mancare Vivaldi? Naturalmente no, e compare con il terzo Concerto da L'estro armonico nella trascrizione per tastiera di Johann Sebastian Bach (BWV978); non dimentichiamo poi che il padre di Antonio, Giovanni Battista Vivaldi, era di origini bresciane! Ed anche Benedetto Marcello passò gli ultimi anni della sua vita a Brescia.

Nella splendida cornice di Villa Bettoni a Bogliaco di Gargnano (Bs), Federico Savio ambienta il suo film, in cui accanto a preziosi dettagli pittorici degli strumenti a pizzico e della Villa, trovano posto raffinate e crepuscolari inquadrature paesaggistiche. 

Gli strumenti suonati in maniera molto precisa, pulita e brillante, con un controllo esemplare del tocco, sono tre: un clavicembalo italiano a due manuali (Michele Barchi, Ghedi, 1985); un clavicembalo italiano a un manuale (Michele Barchi, Emilio Lorenzoni, Corvine di Gambara, 1984) con la meccanica regolata in modo da rendere possibile in parte l'azione del tocco sulla dinamica sfruttando la maggiore distanza di movimento di pizzico del registro secondario; ed una spinetta italiana rettangolare (Michele Barchi, Ghedi, 1984).

Qualità video ed audio eccezionali ed un bonus in cui il Barchi presenta la possibilità di ottenere la dinamica sopra un particolare tipo di cembalo, copia di Gerolamo Zenti, riportato in un Inventario Mediceo del 1700. Libretto e sottotitoli in quattro lingue (italiano, inglese, francese e tedesco).

Un prodotto che davvero mancava nel panorama video-discografico legato al cembalo: non solamente i Bach, i Couperin o Frescobaldi, ma anche i cosiddetti «compositori minori», possono far risaltare le particolari sonorità di uno strumento, che come l'organo, non si è mai standardizzato (cambiando nella cronologia temporale non solo da nazione a nazione, ma anche da regione a regione), assecondando un repertorio assai variegato. 

mercoledì 12 novembre 2008

Video organistici (2)


Si tratta di un eccezionale documento di fondamentale importanza storica. Non solamente per la storia della musica per organo in senso stretto, ma per la storia della musica occidentale. Poiché, Marcel Dupré (1886-1971) fu un artista che con il suo operato non solo rivoluzionò la tecnica per organo del Novecento (fu allievo di Guilmant, Widor e Vierne, e fu a stretto contatto con personalità del calibro di Fauré e Saint-Saëns; solo per citarne alcuni), ma lasciò un'indelebile impronta nella musica del secolo scorso (nel 1914 vinse il Prix de Rome); basti pensare che tra i suoi innumerevoli allievi compare anche Olivier Messiaen (di cui quest'anno ricorre il 100° anniversario della nascita).

Il nome di Dupré è ricordato soprattutto per due aspetti intrinsecamente collegati: l'interpretazione delle opere di Bach e la sua rigorosa scuola di improvvisazione organistica. Nel 1920, infatti, fu il primo organista nella storia della musica ad eseguire in concerto, presso il Conservatorio di Parigi, l’opera integrale per organo di Bach. Egli faceva derivare il suo metodo da Charles-Marie Widor (1844-1937), che a sua volta lo ereditò da Nicolas-Jacques Lemmens (1823-1881), il quale fu depositario del verbo bachiano in virtù degli insegnamenti ricevuti «di prima mano» da Adolf Hesse (1809-1863) ed alla conoscenza degli studi musicologici di Johann Nikolaus Forkel (1749-1818).  Fondamentale precetto della scuola di Dupré era quello della totale uguaglianza tra la composizione di un brano e l'improvvisazione estemporanea di esso. Ovviamente per essere in grado di  improvvisare fughe  in stile severo (anche a 6 voci, come spesso egli faceva), bisognava avere una perfetta padronanza sia della tecnica organistica, sia della composizione musicale, oltre ad una lucidità impressionante . 

Un giorno il grande musicologo ed organista Luigi Ferdinando Tagliavini (anch'egli, durante gli anni cinquanta, allievo di Dupré) mi disse che dal suo antico Maestro aveva imparato soprattutto il significato della parola «rigore». Ebbene, ho capito che cosa egli intendesse veramente, solamente dopo l'attenta visione di questi filmati in cui Duprè suona, soprattutto improvvisa, in tre periodi differenti (nel 1955, nel 1965 e nel 1967) della sua lunghissima carriera al grandioso organo di cui fu  titolare (Cavaillé-Coll, 1863, della chiesa parigina di Saint-Sulpice) ed al suo organo presso la sua villa di Meudon (entrambi un tempo appartenuti al suo maestro Guilmant). 

Nel filmato risalente al 1955, Dupré suona il corale Wachet auf di Bach, poi un proprio corale In dulci Jubilo (anche se non perfettamente uguale a quello pubblicato nell'op. 28), il finale dal I° Concento per organo di Händel ed improvvisa sopra un canto natalizio della Bretagna. L'aspetto che  più colpisce di Dupré, a parte la perfetta tenuta ritmica ed il fraseggio impeccabile (purtroppo la sua tecnica trascendentale impareggiabile, incominciava in quegli anni a venire ostacolata dall'artrite deformante), è la totale assenza di scarto tra i brani d'autore e l'improvvisazione (imbrigliata in una struttura formalmente perfetta dall'afflato sinfonico - tema e variazioni con fuga finale - ed una tenuta ritmica metronomica). Ma, le improvvisazioni che lasciano letteralmente a bocca aperta sono: una doppia Fuga a 4 voci su Regina Coeli (1965), un Preludio e  doppia Fuga  a 4 voci su un tema di André Fleury (in stile severo) ed un Poema sinfonico sul dipinto di Delacroix Il combattimento di Giacobbe con l'Angelo custodito in Saint-Sulpice (1969). In virtuosismo trascendentale che aveva accompagnato gli anni giovanili di Dupré, facendolo conoscere in tutto il mondo (soprattutto grazie alla pubblicazione dei Trois Préludes et Fugues op. 36), nella maturità lascia il posto ad un altro tipo di virtuosismo, che potremmo definire cerebrale. Nell'improvvisazione senile ascoltiamo soprattutto il compositore, l'autore, oltre all'organista. La perfetta padronanza dell'arte musicale e l'assoluto controllo tra creazione ed esecuzione estemporanea sono il frutto di un lavoro quotidiano iniziato da bambino e mai interrotto, che alla bellezza di 80 anni, in virtù anche di una straordinaria lucidità, ritraggono un artista a tutto tondo figlio della migliore tradizione romantica (purtroppo oggi non più esistente).

Il DVD è reperibile solo ordinandolo presso l'Association des Amis de l'Art de Marcel Dupré di Parigi (http://www.marceldupre.com/).

domenica 2 novembre 2008

Video organistici (1)


Vedendo ed ascoltando il dvd di Enrico Viccardi si ha subito la percezione della perfetta sintonia tra artista e regista. Il modo di suonare di Viccardi rivela una straordinaria maturità espressiva, assolutamente evidenziata dalle riprese di Federico Savio. Si avverte una tensione palpabile che scaturisce sin dal primo accordo della granitica Fantasia e Fuga in sol BWV 542 e che man mano cresce, attraverso la vorticosa Triosonata n. 2 in do BWV 526, sino a raggiungere l’apice del pathos (anche grazie alla quasi totale assenza di tagli in fase di montaggio) nel severo Preludio e Fuga in mi BWV 548, che Spitta romanticamente definiva come «una sinfonia in due movimenti». 


Il presente dvd non solo riveste un alto rilievo dal punto di vista estetico, ma soprattutto dal punto di vista didattico. Naturalmente per la scelta degli strumenti (due organi, uno grande  - «Mathis» della chiesa abbaziale di Muri-Gries, Bolzano - per l’esecuzione e uno piccolo - «Mascioni» della chiesa di S. Abbondio in Cremona - per la presentazione, entrambi «alla tedesca», ma che si trovano o sono stati costruiti in Italia); per l’eccezionale perizia di tocco funzionale ad un fraseggio impeccabile parimenti scaturiti da una musicalità tutta italiana, quella di Enrico Viccardi, ma che ha «sciacquato i panni» alla fonte del grande mentore Michael Radulescu (il tutto ricalcato puntualmente dalla analitica regia di Savio). 

Infine, per gli esempi musicali espletati dall’interprete prima dell’esecuzione dei brani, così  da «prendere per mano» l’ascoltatore e guidarlo attraverso i simboli, le proporzioni e le forme dell’universalità musicale di Johann Sebastian Bach.